150° ANNIVERSARIO dell'UNITA' d'ITALIA
17 Marzo 2011
                                                                                                                      


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Cara Italia...


50 anni fa, io c’ero.
Era il 1961 e si festeggiava il primo Centenario dell’Unità d’Italia.
Ero un bambino delle elementari e ricordo qualcosa di quelle celebrazioni.
Ricordo, soprattutto, che nessuno disprezzava la Bandiera Tricolore e che nessuno pensava di sostituire l’Inno di Mameli.

Nel 1961 gli Italiani erano orgogliosi della loro Nazione, nonostante alcuni tristi pezzi di Storia che avevano lasciato il segno in tutti. Mio nonno e mio padre mi avevano già spiegato le malefatte dei Savoia e di Mussolini, ma mi avevano fatto anche capire che l’amore per la propria Terra e per tutti gli Italiani sta sopra e va oltre: quell’amore non viene intaccato dall’infamia o dal disonore di alcuni piccoli uomini che si trovano talvolta a governare le nazioni e che rovinano la vita di intere generazioni col loro malgoverno, con i miti dell’impero, delle guerre, delle razze e delle presunte civiltà superiori.

Nel 1961 eravamo più poveri, più semplici, più normali: c’era maggior rispetto per le persone, per i ruoli, per il parere altrui. Quando mio padre stringeva la mano a qualcuno, lo faceva in segno di accordo o di rispetto: la mano non si stringeva a caso, né a tutti per formalismo. E chi era credente s’inchinava solo se voleva baciare l’anello di un vescovo, quando capitava l’occasione di incontrarlo di persona.

Nel 1961 noi sapevamo che cos’era il bene e che cos’era il male: anche noi bambini sapevamo che ci sono regole e limiti da rispettare. Perché i genitori te lo insegnavano con l’esempio e te lo spiegavano con le parole. E a volte, senza cattiveria, ma con autorità, un loro schiaffo, dato al momento giusto, ti ricordava quali erano quei limiti morali e sociali che avevi infranto o che stavi per infrangere.
E noi lo imparavamo, una volta per tutte: non per paura, ma perché avevamo capito.

Nel 1961 eravamo coscienti che l’Italia camminava in avanti e stava rinascendo del tutto. Ci sembrava di vivere (e, in effetti, era vero) in un progresso continuo, in un miglioramento crescente, misurabile, per noi bambini, dalle “piccole grandi cose” che si riuscivano a fare in famiglia, pur senza essere ricchi, anno dopo anno...
I nostri padri – operai o impiegati - iniziavano a poter fare le ferie con la famiglia (ferie che i nostri nonni non avevano mai fatto); arrivava il primo televisore in casa; l’anno dopo il frigorifero; c’era chi si comprava la prima auto, la lavatrice...
Il mondo stava migliorando. Il lavoro era certo, fisso e continuo, fino alla pensione.
E noi bambini crescevamo con l’illusione che la storia del mondo – come quella della nostra vita – fosse sempre un progredire e un migliorare, lento, conquistato e guadagnato, ma per tutti.

Nel 1961 eravamo più poveri, qualcuno aveva la Fiat Seicento, molti avevano la bicicletta; le scuole c’erano anche nei paesini di montagna: non erano uno spreco, come si pensa oggi, ma era civiltà, in una nazione che aveva ancora milioni di analfabeti. Ora quelle scuole sono diventate un costo da tagliare, sono considerate uno spreco, sono state chiuse. Però abbiamo i Suv. E abbiamo tanti laureati, parliamo un po’ tutti un inglese maccheronico imparato dalla pubblicità, siamo meno analfabeti, tutti più saccenti, ma, come si vede in giro, abbiamo perso un po’ di saggezza...

Cara Italia, nel 1961 ti immaginavo come una giovane donna, affascinante, decisa, aperta, onesta e sincera: ci sentivamo guidati da te, anche noi bambini delle elementari, che imparavamo a conoscerti e ad apprezzarti, ad aver fiducia nel nostro futuro.

Cara Italia, nel 2011 ti confesso che, nonostante mi senta 50 anni in più sulle spalle, io sono ancora così: illuso, forse, ma deciso ad andare avanti sulle strade tracciate da uomini e donne, nostri padri e nostre madri, che hanno lottato per te, per noi, per me, per tutti...

Non capisco e non capirò mai chi, proprio qui, nella mia terra, mi parla di confini, di Nord e di Sud, di frantumare i territori, di clandestini e di stranieri che mi dovrebbero spaventare e minacciare...
Mi spaventa, invece, l’ignoranza, la grettezza, la piccolezza dei pensieri di chi, nato qui e morto qui, non riconosce come suo questo tricolore e ha paura quando sente “Il Canto degli Italiani” di Mameli, così paura da fuggire dalle aule in cui è stato eletto per governare queste terre.
Loro sono i veri stranieri che mi fanno paura.

Cinquant’anni dopo, io mi sento, in fondo, ancora com’ero allora, un bambino che sogna che la nostra vita e la vita di tutti possa solo e sempre essere un progredire...
Mai un regredire del pensiero e dei sentimenti.

Nessuna nostalgia, quindi, per “il bel tempo passato”, ma la voglia di continuare quel cammino!

Auguri, Italia! Auguri a tutti noi!
Soprattutto a chi non si scambia gli auguri per questo 150° Anniversario.
Sono loro che ne hanno più bisogno. E dobbiamo aiutarli a capire.
 

Maestro Tiziano Trivella
Bergamo
Città dei Mille

 

 

Questa lettera è stata pubblicata dal quotidiano on line BergamoNews.
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ultimo aggiornamento 31 marzo 2011

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