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Cara Italia...
50 anni fa, io c’ero.
Era il 1961 e si festeggiava il
primo Centenario dell’Unità d’Italia.
Ero un bambino delle elementari e ricordo qualcosa di quelle
celebrazioni.
Ricordo, soprattutto, che nessuno disprezzava la Bandiera Tricolore e
che nessuno pensava di sostituire l’Inno di Mameli.
Nel 1961 gli Italiani erano
orgogliosi della loro Nazione, nonostante alcuni tristi pezzi di Storia
che avevano lasciato il segno in tutti. Mio nonno e mio padre mi avevano
già spiegato le malefatte dei Savoia e di Mussolini, ma
mi avevano fatto anche capire che l’amore per
la propria Terra e per tutti gli Italiani sta sopra e va oltre:
quell’amore non viene intaccato dall’infamia o dal disonore di alcuni
piccoli uomini che si trovano talvolta a governare le nazioni e che
rovinano la vita di intere generazioni col loro malgoverno, con i miti
dell’impero, delle guerre, delle razze e delle presunte civiltà
superiori.
Nel 1961 eravamo più poveri, più
semplici, più normali: c’era maggior
rispetto per le persone, per i ruoli, per il parere altrui. Quando mio
padre stringeva la mano a qualcuno, lo faceva in segno di accordo o di
rispetto: la mano non si stringeva a caso, né a tutti per formalismo. E
chi era credente s’inchinava solo se voleva baciare l’anello di un
vescovo, quando capitava l’occasione di incontrarlo di persona.
Nel 1961 noi sapevamo che cos’era il bene e che
cos’era il male: anche noi bambini sapevamo che ci sono
regole e limiti da rispettare. Perché i genitori te lo insegnavano
con l’esempio e te lo spiegavano
con le parole.
E a volte, senza
cattiveria, ma con autorità, un loro schiaffo, dato al momento giusto,
ti ricordava quali erano quei limiti morali e sociali che avevi infranto
o che stavi per infrangere.
E noi lo imparavamo, una volta per tutte: non
per paura, ma perché avevamo capito.
Nel 1961 eravamo coscienti che
l’Italia camminava in avanti e stava rinascendo del tutto. Ci sembrava
di vivere (e, in effetti, era vero) in un progresso continuo, in un
miglioramento crescente, misurabile, per noi bambini, dalle “piccole
grandi cose” che si riuscivano a fare in famiglia, pur senza essere
ricchi, anno dopo anno...
I nostri padri – operai o impiegati - iniziavano a poter fare le ferie
con la famiglia (ferie che i nostri nonni non avevano mai fatto);
arrivava il primo televisore in casa; l’anno dopo il frigorifero; c’era
chi si comprava la prima auto, la lavatrice...
Il mondo stava migliorando. Il lavoro era certo, fisso e continuo, fino
alla pensione.
E noi bambini crescevamo con l’illusione che la storia del mondo – come
quella della nostra vita – fosse sempre un progredire e un migliorare,
lento, conquistato e guadagnato, ma per tutti.
Nel 1961 eravamo più poveri,
qualcuno aveva la Fiat Seicento, molti avevano la bicicletta; le scuole
c’erano anche nei paesini di montagna: non erano uno spreco, come si
pensa oggi, ma era civiltà, in una
nazione che aveva ancora milioni di analfabeti. Ora quelle scuole sono
diventate un costo da tagliare, sono considerate uno spreco, sono state
chiuse. Però abbiamo i Suv. E abbiamo tanti laureati, parliamo un po’
tutti un inglese maccheronico imparato dalla pubblicità, siamo meno
analfabeti, tutti più saccenti, ma, come si vede in giro, abbiamo perso
un po’ di saggezza...
Cara Italia,
nel 1961 ti immaginavo
come una giovane donna, affascinante, decisa, aperta, onesta e sincera:
ci sentivamo guidati da te, anche noi bambini delle elementari, che
imparavamo a conoscerti e ad apprezzarti, ad aver fiducia nel nostro
futuro.
Cara Italia, nel 2011 ti confesso
che, nonostante mi senta 50 anni in più sulle spalle, io sono ancora
così: illuso, forse, ma deciso ad andare avanti sulle strade tracciate
da uomini e donne, nostri padri e nostre madri, che hanno lottato per
te, per noi, per me, per tutti...
Non capisco e non capirò mai chi,
proprio qui, nella mia terra, mi parla di confini, di Nord e di Sud, di
frantumare i territori, di clandestini e di stranieri che mi dovrebbero
spaventare e minacciare...
Mi spaventa, invece, l’ignoranza, la grettezza, la piccolezza dei
pensieri di chi, nato qui e morto qui,
non riconosce come suo questo tricolore e ha paura quando sente “Il
Canto degli Italiani” di Mameli, così paura da
fuggire dalle aule in cui è stato eletto per governare queste
terre.
Loro sono i veri stranieri che mi fanno paura.
Cinquant’anni dopo, io mi sento, in fondo, ancora com’ero allora,
un bambino che sogna che la nostra
vita e la vita di tutti possa solo e sempre essere un progredire...
Mai un regredire del pensiero e dei sentimenti.
Nessuna nostalgia, quindi, per “il bel tempo passato”, ma la voglia di
continuare quel cammino!
Auguri, Italia! Auguri a tutti noi!
Soprattutto a chi non si scambia gli auguri per questo 150°
Anniversario.
Sono loro che ne hanno più bisogno. E dobbiamo aiutarli a capire.
Maestro Tiziano
Trivella
Bergamo
Città dei Mille
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